uno stronzo qualunque

"Ci sono gli stronzi. Poi c'è lo stronzo qualunque" A. S. Shole

Eccetto residenti

L’uomo torna sorridente dal negozio del fabbricante di cartelli portando sulla spalla destra un lungo palo di metallo con un’estremità larga e piatta coperta da un sacchetto di plastica. Arrivato all’imbocco del vialetto di casa si ferma e poggia il palo a terra. Con la punta delle dita rimuove alcuni sassolini rotolati nel buco già pronto nel cordolo di cemento e inserisce con un colpo secco il palo. Poi facendo leva sulla punta dei piedi porta il peso sul palo, per spingerlo più in fondo. Infine prova a muoverlo di qua e di là, per verificare che sia inserito bene. Toglie il sacchetto di plastica e guarda con soddisfazione quello che c’è sotto. Cioè un bel cartello rettangolare con il cerchio rosso barrato di bianco di divieto e una scritta inequivocabile: proprietà privata – vietato l’accesso.

L’uomo e la sua famiglia si sono trasferiti da pochi giorni nella palazzina di recentissima costruzione che si raggiunge appunto attraverso il vialetto il cui accesso è ora vietato dal cartello nuovo fiammante. La zona è tranquilla e sicura, tra le più tranquille e sicure della città, ma la prudenza non è mai troppa – questo ha ripetuto l’uomo a sua moglie e ai suoi vicini di casa, quando hanno discusso sull’opportunità di piazzare un cartello di divieto. Moglie e vicini hanno infine accettato, dopo tanto insistere da parte di lui. Dopotutto un cartello non può certo nuocere ad alcunché, si sono detti.

L’uomo passa il pollice sul cartello, convinto di aver visto una macchiolina sulla sua superficie metallica lucente, poi raccoglie il sacchetto di plastica che lo nascondeva durante il trasporto e, ancora sul volto l’espressione soddisfatta per il lavoro concluso, fa per imboccare il vialetto. Di colpo si ferma. L’espressione soddisfatta sul suo volto muta prima in una smorfia di disappunto per poi trasformarsi in maschera di puro terrore non appena i suoi occhi si girano di nuovo verso il cartello e di nuovo leggono quello che c’è scritto.

Ma l’uomo è persona risoluta. Si riprende subito dallo spavento e si lancia di corsa verso il negozio del fabbricante di cartelli. Ahilui, l’ora è tarda e la saracinesca è ormai abbassata. Il cartello con gli orari del negozio non lascia spazio a malintesi: l’orario di chiusura è abbondantemente superato. A testa bassa, l’uomo torna verso casa. Arrivato a pochi metri dal vialetto, l’uomo scorge uno dei vicini che si guarda intorno smarrito e spaventato. Lo chiama per nome per cercare di attirare la sua attenzione e così calmarlo e rassicurarlo, riuscendoci con non poche difficoltà. Poco dopo ecco che arriva un altro vicino, che per motivi di lavoro rincasa abitualmente più tardi degli altri. Non appena vede il cartello e capisce in che guaio si trovi, si scaglia verso l’uomo sbraitando e facendo vorticare la sua ventiquattr’ore. Solo l’intervento dell’altro vicino evita una grossa scazzottata.

Una volta che gli animi si sono acquietati, è possibile fare un’analisi calma e razionale della situazione. Risulta così che fortunatamente quasi tutti i residenti nella palazzina si trovano all’interno dei loro appartamenti. Restano fuori solo i tre uomini e il figlio maggiore di uno di loro, fuori città per motivi di studio. Il quarto inquilino della palazzina è a casa sua, con la sua famiglia, poiché momentaneamente disoccupato.

I tre uomini bloccati fuori dal vialetto riflettono sul da farsi. Qualcuno propone di rimuovere il cartello e pensarci due volte prima di ricollocarlo, ma trova l’opposizione dell’uomo che tanto si è battuto per averlo. Qualcun altro propone di lasciare al suo posto il cartello e di violare il divieto per poter rientrare in casa e pensare con più serenità a una soluzione. Anche questa proposta viene bocciata, perché sarebbe un’azione indubbiamente diseducativa per i loro bambini. Ed entrambe le proposte lascerebbero via libera a qualsiasi malintenzionato volesse percorrere il vialetto. Così entrambe sono bocciate, i tre uomini restano in silenzio, vedono la luce del sole abbassarsi e quella dei lampioni accedersi e accettano l’idea di passare la notte fuori di casa.

Ai balconi le mogli stringono al petto i figli più piccoli, lanciano baci ai mariti trattenendo a stento le lacrime. I figli più grandi portano ai padri una coperta, una mela, un termos di caffè caldo stando ben attenti a non oltrepassare la soglia che separa il vialetto dal marciapiede. La notte scende, le famiglie rientrano nei loro appartamenti, e le luci dietro le tende restano accese a lungo, poiché il sonno tarda ad arrivare col pensiero tremendo dei tre uomini là fuori davanti a quel cartello inesorabilmente piantato sulla strada del loro destino. Soltanto nella casa del disoccupato non ci sono luci accese, né qualcuno di quella famiglia, l’unica al completo, è uscito per informarsi delle condizioni dei tre. Gli uomini accampati sull’asfalto, sfiniti dalla tragica e inaspettata sfortuna, non tardano ad addormentarsi raggomitolati come meglio possono nelle coperte a righe e rombi colorati.

La notte passa veloce. Le prime luci dell’alba svegliano l’uomo che ha piantato il palo col cartello di divieto. Poco dopo anche i suoi compagni di sventura aprono gli occhi. Bevono gli ultimi sorsi del caffè rimasto nei termos, ormai poco più che tiepido, e si riavviano alla meno peggio i capelli. Decisi a risolvere la situazione, si mettono in marcia con piglio combattivo verso il negozio del fabbricante di cartelli. Scorgono da lontano la saracinesca ancora abbassata. Certamente non è ancora l’orario di apertura, pensano sereni e sicuri. Invece una tremenda sorpresa li attende una volta arrivati sotto l’insegna del negozio. Una targa blu reca una scritta bianca e inequivocabile: oggi è il giorno di chiusura infrasettimanale. Lo sconforto s’impossessa dei tre uomini. Uno cede anche alle lacrime e i nervi saltano al punto che gli altri due devono bloccarlo prima che si scagli a picchiare pugni contro la muta saracinesca abbassata. Sconsolati, s’incamminano verso casa.

Si vede appena l’imbocco del vialetto proibito quando uno dei tre lancia un grido e indica avanti. Gli altri due guardano nella direzione indicata dal compagno e anche loro urlano. All’unisono si mettono a correre. Per bloccarsi però proprio sotto il cartello di divieto, impotenti. Di fronte a loro una scena che normalmente avrebbe suscitato teneri sorrisi e felicità, ma che nella situazione grottesca in cui si trovano scatena invece paura e smarrimento. Il figlio più piccolo di uno dei tre, evidentemente perso di vista per un attimo dalla madre assopitasi dopo la notte passata in bianco, cammina barcollando lungo il vialetto verso il marciapiede e la strada. Gli uomini agitano le braccia e urlano di fermarsi, ma quei gesti e quelle grida invece di fermare il bambino sortiscono l’effetto contrario di incitarlo ad accelerare il passo e tendere ancora più in avanti le braccine. È ormai a pochi metri dal confine, gli uomini hanno le mani tra i capelli, disperati, rassegnati. Ma ecco che una sagoma compare di spalle ai tre e di fronte al bambino, lo prende tra le braccia e lo deposita delicatamente davanti al portone dell’appartamento, dal quale esce la madre, svegliata dalle grida degli uomini e subito resasi conto di quello che è successo, che abbraccia il bambino e, in lacrime per il pericolo corso, lo porta al sicuro in casa.

I tre sospirano e si abbracciano. Non si sono nemmeno resi conto che a salvare il piccolo è stato uno dei figli del disoccupato, uscito di casa probabilmente senza il permesso del padre. Ma è comprensibile nello stato nervoso in cui si trovano. Non è più possibile sopportare quello stato di cose, si rendono conto di questo. Non è possibile che le loro famiglie possano correre certi rischi, tantomeno i bambini. Così dopo una consultazione fatta solo di sguardi veloci e risoluti, prendono a camminare di gran lena. Poco dopo sono di fronte al negozio del fabbricante di cartelli. Ignorano quanto dice la targa sul muro e cominciano a picchiare a mani larghe sulla saracinesca abbassata e a gridare a gran voce per chiamare il fabbricante di cartelli. Questi, udendo quel gran schiamazzo, si affaccia alla finestra della sua abitazione, che si trova sopra il suo negozio. I tre urlando spiegano la situazione. Il negoziante ascolta paziente, poi rientra in casa. Poco minuti dopo la saracinesca si alza e dal negozio esce il fabbricante di cartelli con un oggetto piatto in mano, nascosto da una busta. Lo porge sorridente ai tre uomini, che lo prendono in mano e lo scoprono. Una luce sembra illuminare i loro volti, quando vedono cosa contiene la busta. Come forsennati corrono verso casa.

I famigliari sentono le grida da strade di distanza ed escono sul vialetto per capire il motivo di tanto giubilo da parte dei loro padri e mariti. I tre arrivano all’imbocco del vialetto, si disfano della busta e con un vecchio fil di ferro trovato lì per terra fissano un secondo cartello sotto quello di divieto. I familiari non capiscono. Si spaventano quando uno dei tre uomini allunga le mani per prendere il figlioletto dalle braccia della moglie, che quasi si ritrae. L’uomo per farlo ha messo un piede sul vialetto, e adesso anche il bimbo è là fuori, sul marciapiede, coi tre uomini. Non c’è più pericolo, dicono i grandi sorrisi dei tre uomini. Uno per uno, i familiari escono dal vialetto sul marciapiede. Prima i ragazzi, più temerari, poi le donne coi bambini in braccio. Tutti ora vedono il secondo cartello, tutti ora capiscono e gioiscono.

Tra i baci e gli abbracci e le pacche sulle spalle per il lieto finale, i progetti di cene di festeggiamento e commemorazione, negli anni che verranno, dello scampato pericolo, ecco che la folla è attirata dalle grida di un giovane che si avvicina al gruppo festoso. Si tratta del figlio andato fuori città per motivi di studio. Lo accolgono con manifestazioni di felicità e affetto un po’ esagerate, anche per un figlio che rincasa dopo qualche tempo. Allora gli raccontano cos’è successo, parlandosi addosso per la concitazione del racconto. Poi il piccolo gruppo si apre per mostrare i due cartelli al giovane appena arrivato. Leggendoli, il giovane sbianca in volto, gli occhi si fanno lucidi. Poi abbassa il capo, prendendo il portafogli e tirando fuori per mostrarla a tutti la sua nuova carta d’identità.

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Fermignano delle bestie

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Ieri sera ho mangiato le melenzane. Le chiamo così perché ieri sera è cominciata la nuova stagione di un famoso talent show e questo mi ha fatto pensare a un altro famoso talent show, che comincerà una volta finito quello cominciato ieri, uno dei cui giudici si sbaglia sempre e dice il nome dell’ortaggio così come l’ho scritto io. Ma sto divagando.

Ieri sera ho mangiato le melenzane. Le ho comprate al Conad poco prima dell’orario di chiusura. Per andare e tornare dal Conad sono passato vicino al Vecchio Campo Sportivo. Al Vecchio Campo Sportivo in questi giorni c’è il circo. Ieri sera era già tutto montato, tende tendone tendine, lunghe roulotte con grandi insegne luminose che dicono Circo e Allegria. Ma sto ancora divagando.

Ieri sera ho mangiato le melenzane. Queste melenzane comprate al Conad. Poi sono andato al circo con qualche amico. L’anziana signora alla cassa staccava i biglietti tutta ingobbita sul banco con gli occhiali sulla punta del naso e gli occhi piccoli piccoli. Per sbaglio m’ha dato un biglietto tariffa-bambino in più. Me ne sono accorto appena prima di entrare. Mi son guardato intorno e ho notato un bambino che conosco di vista ancora in fila alla cassa. Ecco un biglietto in regalo, gli dico, buon compleanno! Grazie, risponde lui. Era davvero il suo compleanno, pensa te. Ma sto divagando, di nuovo.

Ieri ho comprato le melenzane. Poi sono andato al circo con qualche amico. Abbiamo applaudito una ragazza che fa roteare un dadone coi piedi, volteggi a mezz’aria di un’acrobata che si chiama Alyssa e che assomiglia a un’amica mia che ha una figlia che si chiama Alyssa anche lei, la donna laser, un bambino scelto tra il pubblico che salta la corda e poi continua a saltare anche bendato perché sente lo stesso schiocco della corda sul tappetone rotondo ma la corda quei bricconi dei clown non la fanno girare più. E ci siamo voltati dall’altra parte per sfuggire ai clown Cirillo e Cirillino che cercano spettatori da coinvolgere in un numero divertente, tirando un sospiro di sollievo una volta che la ricerca termina e notando che tutti scuotono energicamente la testa quando vengono scelti per poi un attimo dopo alzarsi e lasciarsi portare tranquilli al centro della pista. Abbiamo seguito i voli delle colombe ammaestrate guidate dalla signora di Budapest e supposto dalla quantità di colombe che è facilissimo ammaestrarle oppure le colombe parlano ungherese. Abbiamo deciso che i nostri artisti preferiti sono i due attrezzisti arrampicati per tutta la durata dello spettacolo ai tralicci del tendone a puntare i fari per illuminare bene i loro colleghi sulla pista. Ma sto divagando, un’altra volta.

La Fermignano delle bestie è fatta di sei cavalli bianchi, otto pony delle Shetland, tre dromedari, due lama e due buoi dalla corna lunghissime,  tre tigri, un’elefantessa, una giraffa e chissà quante colombe. Andando e tornando dal Conad per comprare le melenzane che mangerò a cena passo vicino al circo. Il tendone grande, le insegne luminose, le lunghe roulotte. Dietro il tendone, le insegne e le roulotte ci sono le gabbie degli animali. Non è proprio notte ma il cielo nuvoloso e qualche goccia di pioggia rendono l’atmosfera misteriosa e suggestiva. La presenza del Conad esalta questa suggestione. Fino all’anno scorso, quando il Conad non c’era e c’era invece quell’edificio abbandonato e coperto d’erbacce e rovi del quale forse qualcuno si ricorda, il circo era più isolato, pareva già fosse fuori città.

Dice: ma infatti è lì che bisogna farlo il circo mica possiamo tenercelo praticamente in centro ci sarà pure un prato vuoto nella zona industriale o giù di lì dove farlo mettere! – Non lo so, forse sì, ma non lo so e manco voglio andarlo a cercare. Il circo lo voglio lì dove sempre è stato, al Vecchio Campo Sportivo, ché basta attraversare il ponte e sei nel centro.

Dice: ma nel Vecchio Campo Sportivo si possono mettere altre cose risistemarlo farci sport! – E infatti ieri sera mi sono riconvinto di una cosa: sono contrario a qualunque progetto riguardante il Vecchio Campo Sportivo che possa impedire al circo di piazzarci tendone e roulotte e bestie.

Dice: ma per un circo che viene una volta all’anno tu sei contrario a qualunque proget… – Sì, sono contrario.

Inventiamoci qualcos’altro se siamo capaci, ma io voglio le tigri Tango Zoe e Sally, l’elefante Ambra, la giraffa Rachid, le mille colombe ungheresi e tutte le altre bestie a duecento metri dalla Piazza. Solo per poter pensare che è così. Solo per poter pensare che qui a Fermignano ho la fortuna di poter pensare che è così. Forse sono stato più volte su un aereo di quante abbia visto dal vero un elefante o una giraffa. E anche se non vado a vedere lo spettacolo e non conosco i loro nomi voglio poter pensare che sono lì vicino, vederli magari appena quando passo per andare a comprare le mie melenzane. Per qualche giorno all’anno, quando vado a letto e sento il cri-cri-cri dei grilli fuori dalla finestra della camera, voglio addormentarmi pensando che a pochi passi dalla porta di casa mia le tigri dormono già.

Il sapore di un’albicocca

Ieri sono uscito di casa per andare dalla mia fruttivendola di fiducia a comprare un’albicocca. Durante il tragitto mi sono venute in mente le cose che scrivo qui sotto.

Pare che tutti siano d’accordo che il Vecchio Campo Sportivo (VCS) debba restare un’area verde; non tutti sono d’accordo su cosa debba intendersi per area verde e su come raggiungere l’obiettivo.

Le due idee che si confrontano in questi giorni sono quella inserita nella Variante al Piano Regolatore, presentata dall’Amministrazione Comunale, e quella del Borgo Metauro Park (BMP), presentata dagli Gnano Bulls insieme ad altri cittadini di Fermignano. La Variante prevede la cessione di una parte del VCS al fine di ricavare i fondi necessari alla sistemazione della parte restante; il BMP consiste nella realizzazione di un parco a destinazione sportiva e ricreativa su tutta la superficie del VCS.

Pur ritenendo che la Variante sia stata fatta in buona fede e il BMP un’iniziativa meritevole, a me non piace nessuna delle due ipotesi. Anzi, secondo me entrambe compromettono irreversibilmente le potenzialità dell’area.

La Variante riduce la superficie del VCS per far posto ad attività terziarie e/o servizi.

schedaPRG

Pur ammettendo che i 5000 mc previsti occupino solo una piccola parte dell’area totale, a questa piccola parte vanno aggiunti i mq occupati dai parcheggi necessari per quei 5000 mc costruiti.

Pur ammettendo che siamo disposti a rinunciare a una parte del VCS per trovare i fondi necessari alla sistemazione della parte restante, non abbiamo la certezza che quei fondi verrano davvero utilizzati come promesso – pensiamo a un’emergenza, un tetto della scuola da rifare, ad esempio: chi si opporrebbe all’utilizzo dei fondi destinati precedentemente al VCS? E allora si potrebbe essere tentati di cedere un altro pezzettino, per trovare i fondi per sistemare la parte restante. E così via, senza alcuna garanzia – essendoci un precedente: mesi fa un Consiglio comunale votò che mai si sarebbe costruito nel VCS, mentre la Variante prevede il contrario, adducendo motivazioni di tipo economico.

Oppure no, ammettiamo che i fondi ricavati dalla cessione siano super-vincolati al punto che l’Impresa che edifica i 5000 mc di centro commerciale debba essa stessa sistemare il resto dell’area. In questo caso credo che il rischio sia che l’Impresa, così costretta, proponga e realizzi un progetto superficiale, frettoloso e con l’occhio al risparmio. Non mi dà alcuna garanzia l’eventuale supervisione di un’Amministrazione comunale come quella attuale, visti i pessimi risultati ottenuti in occasione di opere importanti come la (ex) Scalinata di Piazza Don Minzoni, il (cosiddetto) Belvedere sul fiume e il (grosso) edificio che sta sorgendo proprio nell’area adiacente al VCS.

Il progetto del BMP prevede la realizzazione di diversi impianti: campo da calcio, campo da basket, campo da beach volley, piscina estiva, campo da bocce, skate park, anfiteatro per eventi, pista da running (con ponticello), area giochi per bimbi.

BMP

Il campo da calcio aperto e libero per i bambini è già stato realizzato in occasione del Torneo over 35 organizzato dagli Gnano Bulls nel giugno del 2013 e le sue condizioni attuali sono evidenti a chiunque si rechi nel VCS: restano solo le porte senza rete – una porta e mezza, anzi, visto che una è intera, mentre all’altra manca la traversa. Campi da calcio in giro per il territorio comunale ce ne sono, ma il punto non è questo; è, più banalmente, che forse un campo come quello, aperto e libero, per i bambini è troppo grande. I bambini, almeno da quando ero bambino io – cioè da 25/30 anni – a calcio ci giocano liberamente e all’aperto nella parte dei Giardinetti di Piazza Don Minzoni non occupata dalle strutture dei giochi e dalle panchine. Quelle sono probabilmente le dimensioni giuste per un campo per bambini libero e all’aperto. Una collocazione giusta può essere nei giardini di Via Tronto, di fronte all’ingresso dell’asilo nido: si levano le altalene rotte e lo scivolo inutilizzato se non per scriverci cazzo-figa-culo-tette, si piantano due pali con una rete (vanno bene anche quelle verdi delle recinzioni, così durano di più) e il campo è fatto – anzi, i campi sono fatti, perché se perpendicolari alla strada a occhio ce ne scappano due. Sarebbe anche un intervento coerente con un’area dove ci sono un Palazzetto dello Sport, un asilo nido, l’inizio di un (fu) percorso-vita; accanto a una via, Via M. L. King, molto frequentata da chi vuole passeggiare o correre (facendo serenamente a meno di una pista da running dedicata).

Il campo da basket c’è già, a disposizione di tutti in Via Tiziano presso i cosiddetti Polivalenti, e sistemato qualche anno fa dagli stessi fruitori in maniera impeccabile. Di certo sarà sovraffollato durante la bella stagione, ma le mie perplessità sono di altro genere: temo che realizzare un secondo campo da basket a due passi dal centro privi di vitalità un quartiere che molto probabilmente risentirà del trasloco del supermercato Conad. Cosa me ne frega a me che sto in Piazza? Magari niente, per carità, ma nel proporre un progetto per tutta la cittadinanza avrei piacere che si considerassero anche le conseguenze di quel progetto su parte della cittadinanza.

Anche un anfiteatro per eventi c’è già, è la (ex) Scalinata. Vero è che nessuno la usa, né come scalinata né come teatro, però prima di costruire un doppione proverei a utilizzare quello che già c’è, fatto bene o fatto male che sia.

La piscina è un grande progetto. Non ho idea di quanto possa costare costruire e poi mantenere una piscina, né se le piscine dei Comuni intorno al nostro siano così brutte, lontane o sovraffollate da scoraggiarne la frequentazione. Personalmente risolverei la questione con una convenzione tra Comuni e una corriera, ma ammettiamo che davvero ci sia un assoluto bisogno di una piscina a Fermignano e che arrivi un assegno in bianco da un benefattore tanto generoso quanto misterioso e che la piscina si possa fare. Se così fosse, non facciamola solo estiva, facciamola chiusa, così la utilizziamo tutto l’anno. La collocazione giusta per questa grande opera è la zona dove si è già delineato un polo sportivo, cioè a Cavanzino, vicino ai campi da tennis e da calcio. Si proseguirebbe così coerentemente con l’ampliamento di un’area che ha già la sua vocazione sportiva – inserendo qui anche il campo da beach volley. Sul lato destro di Via Costa si possono realizzare i parcheggi che servono tutto l’impianto.

Per le bocce e lo skate park non so, dico la verità, non riesco a immedesimarmi.

Di giochi per i bimbi ce ne sono decine sparsi per il paese, in ogni scacco di erba libera abbastanza grande è stata piantata un’altalena – e lì abbandonata al suo destino.

E allora cosa diavolo ci facciamo in questo stramaledetto campo sportivo? Niente, non ci facciamo niente. Anzi, togliamo anche un po’ di quello che c’è. Togliamo il muro intorno, che è in condizioni fatiscenti e non invita per niente ad entrare. Togliamo la possibilità di parcheggiarci il venerdì quando c’è il mercato. Non togliamo la sporcizia, perché quella quasi non c’è, visto che nessuno ci va nel VCS, nemmeno per sporcarlo apposta.

Immaginiamo che la stradina di breccia che parte dal cancello e va verso destra, creata dagli anni e dalle Feste dell’Unità, dell’Amicizia e della Birra, arrivi fino al confine del VCS e trovi un modo per sbucare verso il supermercato che verrà. Immaginiamo che andando a fare la spesa un bambino dica che vuole giocare sul prato e insieme alla mamma aspetta che il babbo ritorni con le buste piene. Magari la volta dopo il bambino ci viene con un amico e giocano al pallone mentre una ragazza lancia il frisbee al suo cane. Dei tipi più intraprendenti portano due paletti e un nastro e cominciano a fare due scambi con le racchette da spiaggia. Un signore che sta leggendo sente i toc-toc della pallina di gomma e allora alza gli occhi dal libro e li guarda.

Lo ammetto: queste sono tutte cose che farei io, però a voi che leggete ne verranno di certo in mente altre. Il muro che abbiamo abbattuto, ad esempio, non lo buttiamo via, ma lo piazziamo qua e là sull’erba in blocchi e ci facciamo un’arena per giocarci con le pistole che sparano le pastiglie di vernice. Coi mattoni che avanzano ci facciamo delle piazzole per metterci la graticola e fare le grigliate. Possiamo farci un giardino, al VCS, e guardare come cambia colore durante l’anno a seconda delle fioriture. E poi trasformare quel giardino in un labirinto di piante e percorrerlo per scoprire al centro una scultura che cambia ogni stagione messa a disposizione dei cittadini da qualche imprenditore generoso. Quando ci stanchiamo del labirinto, ci piantiamo un albero da frutto per ogni bambino che nasce e quando i frutti saranno maturi facciamo una festa e raccogliamo i frutti e li diamo all’asilo, oppure li vendiamo e col ricavato ci sistemiamo un lampione, ci rifacciamo le strisce pedonali, ci tagliamo l’erba degli spartitraffico.

Oppure arriverà il giorno in cui capiremo che l’idea migliore è quella di un centro commerciale con la piscina dentro (o viceversa, non mettiamo limiti alla fantasia), ma nell’attesa di quel giorno vale la pena riempire quello spazio di tanti significati prima di riempirlo di cose; e godersela, quell’attesa. Un biglietto del Circo Donato Orfei di un paio di anni fa dava appuntamento a grandi e piccini in Piazza Divertimenti: quel nome inventato dà seriamente l’idea di quello che sarebbe bene fare al Vecchio Campo Sportivo.

Concludo. Dunque arrivo dalla fruttivendola e dico: dammi un’albicocca! Lei: non è ancora proprio la stagione, però, ti avverto. E io: dammela lo stesso! Il sapore dell’albicocca non era un granché e ci sono rimasto male. Ma ormai l’avevo mangiata.

***

Per approfondimenti.

Il link alla Variante al PRG (in particolare Norme Tecniche di Attuazione – art. 30 e Tav.2B-3):

http://www.comune.fermignano.pu.it/index.php?id=28344

Il link al Gruppo Facebook del Borgo Metauro Park:

https://www.facebook.com/groups/borgometauropark/

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