Godersi la fine – A Fermignano il mare non c’è – giugno 2012

di marcogenga

(abbiamo fatto un giornale che parla del nostro paese per capire come si può raccontare un luogo abitato. Il giornale si chiama A Fermignano il mare non c’è. Metto qui testi. Il giornale intero, in PDF, da leggere e stampare, invece è qui. Insieme ad altra roba)

La rovina è tante cose. Il suo fascino sta nella malinconia dolce che suscita la nostalgia di un tempo migliore. La rovina non ci parla dei disastri che hanno cancellato le civiltà passate; al contrario ci ricorda la grandezza dello spirito edificatore di quelle civiltà dalle quali abbiamo ereditato questi singolari monumenti, la sua gloria e non la sua decadenza. Significa forse che la rovina è la prova pietrificata del luogo comune secondo il quale apprezziamo le cose soltanto una volta che non le abbiamo più? Se così fosse, un’immagine di quell’architettura passata o anche solo il semplice ricordo di essa sarebbero sufficienti a svolgere questa funzione di gloriosa rimembranza. Saremmo così liberi di sbarazzarci di quel mucchio di vecchi e inutili calcinacci per fare posto a una nuova architettura che ci racconti della grandezza dello spirito dei contemporanei, una gloria presente, stavolta.

La rovina ci somiglia. La rovina ci piace perché malinconicamente empatica. Osservandola ascoltiamo un monito sulla caducità delle cose umane e di noi stessi. Riconosciamo il tempo che fa il suo lavoro inesorabile. Forse ci suggerisce un mondo senza di noi, quello passato, certo, ma sopratutto quello futuro. Un mondo senza di noi non solo come singoli individui destinati a morire, ma anche come specie umana che si estinguerà e, consapevoli di quanto abbiamo segnato questo pianeta con la nostra presenza, quante ne abbiamo estinte noi di specie, guardiamo la rovina e crediamo di espiare la nostra colpa attraverso la consunzione di una nostra opera, un’architettura espiatoria che se non vale come redenzione, vale almeno come assoluzione transitoria, fino alla prossima opera, alla prossima colpa, alla prossima rovina, alla prossima espiazione e così via (potremmo spingerci a immaginare un vertiginoso paradosso per il quale l’uomo, dal momento in cui si è reso conto di quanto la sua opera sia stata nociva per il pianeta, non possa smettere di costruire perché nemmeno il crollo di tutto quanto ha costruito basterebbe a riportare le cose come prima della sua comparsa, così è costretto a continuare a costruire nuove opere per continuare a espiare, a costruire architetture solo per vederle diventare rovine, a costruirle con materiali e tecniche scadenti affinché si consumino il più in fretta possibile, fino a compiere un ciclo completo per cui non c’è più materia per fare architetture se non le rovine stesse e si giunge così a un nuovo punto zero, dal quale ripartire per quello che sarebbe ormai forzatamente una specie di cannibalismo architettonico).

La rovina ci piace perché è la risoluzione finale di un conflitto. L’architettura è una tregua, un equilibrio carico di tensione nel confronto tra spirito e materia, tra uomo e natura. In questo equilibrio che è l’architettura resta minacciosa la tensione; che la rovina scioglie. Ecco allora che ci accorgiamo che il conflitto congelato nell’architettura si sta risolvendo finalmente a vantaggio della natura, le forze materiali stanno prendendo il sopravvento e l’uomo perdendo potere sul proprio territorio. Eppure non è una sconfitta che ci brucia, perché riconosciamo che l’opera nella sua componente materiale è sempre rimasta natura e quando la natura se ne riappropria non fa altro che esercitare un diritto. E questo diritto che si realizza ha il sapore di una giustizia tragica poiché divinamente proviene dall’esterno e non dall’uomo; e sebbene nella malinconia di qualcosa che scompare, percepiamo ancora una volontà divina nello spirito che si libera dalla materia come l’anima dal corpo.

Tutte queste cose la rovina può esserle più compiutamente se sparisce completamente e il solo suo ricordo rimane per noi. Altrimenti siamo costretti a guardare un’architettura sofferente della quale riconosciamo la bruttezza, che ci provoca fastidio e dalla quale vorremmo distogliere lo sguardo. Chiamiamo allora la rovina maceria e dimentichiamo lo spirito romantico che sospirava di fronte a panorami di greggi brucanti fra resti d’antichi templi ricoperti di foglie. La rovina è il giusto e divino sopravvento della natura sull’uomo, la maceria è dell’uomo il presente degradato e misero. La rovina è il prodotto naturale di un materiale umano (come la sua architettura era il prodotto umano di una materiale naturale), la maceria è tutta umana, non partecipa di niente di divino. La rovina ci dà una mistica risposta estetica (cosa ne sarà di noi), la maceria ci pone una concreta domanda retorica (come ci siamo ridotti?). La rovina è universale, indefinita e comprensibile, la maceria locale, nitida e sfacciata.

La maceria è incomprensibile come la foresta che le cresce intorno. La foresta che non somiglia a niente che conosciamo, non al giardino di casa ben curato, non al bosco sulla collina lì sopra, che non è neanche vero perché l’abbiamo fatto noi vent’anni fa con gli alberi tutti in fila. Forse somiglia ai ciuffi che spuntano tra un mattoncino e l’altro del marciapiede o ai bordi delle strade di quartiere, che noi schifiamo e chiamiamo erbacce (e pensare che per eliminarle basta rovesciargli addosso l’acqua della pasta, come mi rivelò una signora qualche tempo fa, lamentandosi del fatto che nessuno lo facesse con regolarità). Ecco che ci accorgiamo di nuovo che le forze naturali prendono il sopravvento e l’uomo perde potere sul proprio territorio. E allora a cosa serve? A cosa serve la foresta, a cosa la maceria? A niente. Ed entrambe chiedono a gran voce una sola cosa: essere spazzate via.

Invece non dobbiamo temere che i luoghi soffrano. Lasciamo le piante crescere e i muri crollare. Per vedere l’effetto che fa, cosa succede quando lasciamo che le cose succedano e basta, quando le lasciamo stare. Per non cercare sempre di dare un senso a tutto, di spiegare ogni cosa, di avere il controllo (come alla fine di un lungo viaggio in un paese straniero, poche ore prima del ritorno a casa, invece di cercare le ultime frettolose emozioni, ci sediamo sulla panca al binario della stazione e aspettiamo il treno osservando gli altri passeggeri che arrivano uno dopo l’altro e la sera scende e noi ci godiamo la fine del viaggio in ogni suo minuscolo attimo).

Faremo altrove le nostre romanticose passeggiate dei giorni di festa, eviteremo di sostituire alla foresta una maceria che guarda un’altra maceria. Oppure, se proprio ci teniamo che sia lì la nostra passeggiata, basterà dimostrarlo camminando in mezzo alle erbacce, calpestandole e schiacciandole per creare un sentiero che durerà tanto quanto durerà la nostra voglia di percorrerlo. Intorno a noi l’opera umana a poco a poco scompare, sfuma quasi, sommersa e avvolta dalla natura in forma di vegetazione e di tempo che scorre, e scorrendo consuma dolcemente la morbida materia con il suo attrito metaforico.

Ci sembrerà normale dover scacciare gli insetti – non più che se fossimo su una strada in campagna, molto meno che se fossimo in un luogo costruito – e assieme al loro ronzio ascolteremo la poca acqua cadere a pochi metri da noi e ci chiederemo quanto ancora resisterà quel curioso cubo di cemento che sporge dal grande muro crollato a metà prima di arrendersi e piombare giù e rimescolarsi ai sassi del fiume: un silenzio quasi totale, apparentemente immobile, reale. Poi scoppierà un applauso. Seguiranno delle grida gioiose e noi sorrideremo pensando all’ironico contrappasso toccato a un luogo dove mezzo secolo fa si scannavano i vitelli e adesso si celebrano i matrimoni. E saremo ancora in tempo per cambiare idea.

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