Sei – A Fermignano il mare non c’è – agosto 2012

di marcogenga

(abbiamo fatto un giornale che parla del nostro paese per capire come si può raccontare un luogo abitato. Il giornale si chiama A Fermignano il mare non c’è. Metto qui testi. Il giornale intero, in PDF, da leggere e stampare, invece è qui. Insieme ad altra roba)

Un anziano si perde. Anzi, no, sono io che mi perdo in una città straniera dei cui abitanti non conosco la lingua del cui alfabeto nemmeno riesco a decifrare le lettere. L’anziano tira fuori dalla tasca un pezzo di carta su cui è scritto un numero di telefono da chiamare, cerca freneticamente una cabina telefonica, la trova, mette qualche spiccio nella fessura dell’apparecchio e compone il numero. Io, con più calma, cerco nella rubrica del telefonino il nome del mio amico che da tanto tempo abita qui e schiaccio il tasto verde. Dall’altra parte qualcuno risponde (sempre ci sarà qualcuno che risponde) e chiede (sempre chiederà la stessa cosa), per capire dove si trova l’anziano e mi trovo io e venirci a prendere: cosa vedi intorno a te?

Se dico che vedo una donna scendere in fretta le scale per non perdere l’ultimo treno della sera che possa riportarla a casa lungo la linea gialla della metropolitana, è evidente che non mi trovo a Fermignano. Difatti a Fermignano le linee della metropolitana sono soltanto quella verde e quella rossa. La verde, si sa, parte da e arriva a; la rossa, si sa, parte da e arriva a; le due linee si incrociano esattamente sotto il, dove c’è una fermata comune. D’accordo, sono molto lontano da Fermignano.

Mi avvicino se mi invento una metafora del genere: oltre al fiume vero che si chiama Metauro, c’è un fiume metaforico, fatto di grossi ciottoli bianchi, vecchie traversine di legno, scuri binari d’acciaio, che si chiama ferrovia e al quale le case danno le loro spalle fatte di balconi, di garage, di capanni, di orti, di panni stesi, di canestri senza rete, di palloni sgonfi. La metafora del fiume-ferrovia ci porta in un mondo quasi segreto, silenzioso, personale e intimo che di rado ci capita di esplorare. Guardare il retro delle case è un po’ come guardarci dentro. Dal punto di vista narrativo, la metafora del fiume-ferrovia funziona grazie a questo processo di svelamento. Non so l’anziano, ma io non devo inventare una storia, devo solo (solo?!) capire dove mi trovo. Dal punto di vista descrittivo, che è più funzionale alla mia esigenza, la metafora del fiume si gioca meglio se la penso per il marciapiede: non si tratta infatti di cercare e rivelare ciò che è nascosto, ma di individuare e riconoscere ciò che è manifesto. E il fiume-marciapiede è fatto per essere visibile, per essere trovato e percorso con facilità.

Ai margini del paese il fiume è ancora un torrente irregolare fatto di asfalto vecchio e bucato e cordoli scheggiati; sale e scende, tortuoso e sbiadito dello stesso colore della strada; addirittura a un certo punto scompare sprofondando in essa. Pochi metri più in là riemerge, ed è già fiume fatto; il suo colore è diventato quello rosa-salmone caratteristico, la sua portata e il suo corso sono regolari, come si può facilmente capire guardando i mattoncini tutti in fila. Dopo un lungo tratto in cui scorre dritto costeggiando case e negozi (sul davanti, proprio come serve a noi per sapere dove ci troviamo, al contrario del fiume-ferrovia), il fiume-marciapiede compie una larga curva proprio sotto una parete rocciosa – altro non è che il terrapieno che tiene su la parte che resta della terra asportata per permettere che il suo corso non ingombrasse troppo la strada accanto. Non si incontra molta gente che discende questo tratto di fiume, e sotto quella parete rocciosa e grigia ci si può sentire anche soli e avere un po’ di paura. In un attimo, però, il panorama cambia e il fiume-marciapiede si allarga fino a sparire in una specie di lago con un’isola colma di vegetazione al centro – c’è anche una scultura che ritrae un idolo-rospo, forse traccia di civiltà indigene, che non può non far scorrere un brivido lungo la schiena di chi da ragazzo abbia letto anche solo poche pagine del Solitario di Providence. Dal lago escono diversi fiumi-marciapiede, il corso principale prosegue dritto, costeggia prati e case e lungo questo tratto è più facile trovare compagnia.

Ho guardato le cose che compongono Fermignano una dopo l’altra, attraverso la metafora le ho fatte mie e posso dire di trovarmi in un posto che riconosco. Però, per dire dove mi trovo, devo individuare un punto preciso e immobile. Decido di fermarmi, decido di restare sulla riva, tiro a secco la barca (per continuare con la metafora del fiume, e materializzando questo gesto immaginario sedendomi su una panchina) ed ecco che non sono più io a scendere lungo il fiume e a guardare e raccontare il suo corso e il paesaggio; adesso è il fiume e quello che trasporta a scorrere davanti i miei occhi.

Signore che conosco, si chiama Franco e sta nel condominio accanto a quello in cui stanno i miei genitori.
Due ragazzine, una bionda vestita di nero e una mora vestita di bianco.
Tre ragazzi in pantaloncini e maglietta che camminano impettiti e bisbigliano parole in un dialetto del meridione.
Alfa Romeo nera.
Skoda Duster bianca.
Vecchia Punto grigia (scuro) e vecchia Panda grigia (chiaro).
Ragazza in bicicletta con felpa rossa.
Furgone grigio con uomo al volante e al telefonino.
Uomo e donna (marito e moglie?) che armeggiano per far passare un dondolo di plastica oltre la ringhiera del loro giardino.
Signore con il viso dai tratti slavi che corre respirando affannosamente.
Uomo basso con cane bassotto.
Una signora che spinge a mano una bicicletta e della quale non ricordo il nome anche se sono certo che sia la madre di un mio amico superata da una ragazza che cammina dentro una tutina tipo Eva Kant il cui colore rosso invece del nero non appanna l’effetto.
Due ragazzi e una ragazza si salutano dopo aver giocato con un cagnolino che poi segue i due mentre lei riprende la direzione dalla quale sono arrivati.
L’uomo e la donna si godono il loro dondolo finalmente sistemato all’ombra e ai margini del loro giardino.
Tre ragazzi di cui uno con una lunga barba si incontrano con precisione coreografica a qualche metro da me arrivando da tre diverse direzioni e si baciano salutandosi in arabo.
Una vecchia BMW dal bianco come appannato.
Mio fratello che torna a piedi dal lavoro e mi raggiunge sulla panchina.
Un cane ringhia improvvisamente contro un signore in bicicletta.
Un buffo trattore rosso in miniatura annuncia che al circo appena arrivato in paese è possibile ammirare l’ippopotamo più grande d’Europa.
Due vecchie moto una dietro l’altra con sopra i loro piloti con sciarpa e occhialoni.
Un ragazzo saluta timidamente una ragazza e lei non risponde al saluto.
Si forma una piccola coda di auto perché non si capisce bene cosa voglia fare una signora che guida una Lancia Y.
Signora slanciata e dal portamento elegante nonostante la tuta che tiene al guinzaglio un compostissimo cane di cui ignoro la razza (ma che di razza sicuramente è).
Due uomini in tuta con il viso paonazzo si incrociano e si urlano all’unisono un Ciao! strozzato dal fiatone.
Donna con scarpe da ginnastica e velo variopinto in testa.
Bimbo con bici da bimba che gareggia coi genitori e superato un certo lampione frena di colpo e si gira facendo col braccio un gesto di esultanza.
Un pastore evidentemente tedesco abbaia dal cassone di un pick-up verde marcio.
Una ragazza cammina due passi dietro un ragazzo che corricchia e rifiuta con un No! categorico l’invito di lui a fermarsi per fare un po’ di stretching.
Bambino in bici con casco che chiede alla mamma dove vanno adesso.
Io che guardo che ora è e m’affretto.
Ripassa l’uomo che teneva al guinzaglio il cane che poco fa si è sfunato contro l’uomo in bicicletta e lo riconosco come qualcuno che mi sta antipatico.
Una ragazza bionda agita le braccia da lontano e io sono convinto che voglia salutarmi invece il suo non è un saluto che giustamente mi pareva esagerato ma un esercizio per riprendere fiato.
Passa la signora Licia che mi saluta e io saluto.
Una ragazza appena passata accanto a me ripassa dandomi le spalle e io penso che era meglio da davanti.
Un signore in bici e uno a piedi anziani e lentissimi che sembrano fratelli.
Passa di corsa Valentina e ci salutiamo con un cenno.
Passa una Volvo grigia che suona il clacson e io la riconosco come forse mia zia e la saluto con la mano senza che lei probabilmente riesca a vedere il mio saluto.
Passa una ragazza che mi sembra di ricordare abbia la mia età spingendo un passeggino e io penso che è ingrassata.
Passano ciclisti in mountain-bike che indossano le sgargianti divise delle loro società sportive.
Passa un signore in bicicletta e quasi non lo riconosco da quanto è dimagrito dall’ultima volta che l’ho visto.
Passano Fatima e Matteo in tuta nera con il loro cagnolino e scambiamo due chiacchiere su cosa io stia facendo.
Ripassa il pick-up verde con il pastore tedesco che non abbaia più.
Passa Miriam e si ferma a spiegarmi perché fosse arrabbiata quando l’ho vista due giorni prima.
Passa un ragazzo dalla carnagione molto scura che indossa una felpa rossa col cappuccio e ciabatte ai piedi.
Due ragazzi con cagnolino bianco si fermano a un paio di metri da me a raccontarsi di un concerto per poi passare a risolvere dubbi sulle loro lezioni universitarie.
Fastidiosi moscerini mi volano sulla faccia.
I due ragazzi sono ancora a due passi da me e nessun altro passa mentre loro decidono cosa fare sabato se non hanno di meglio da fare.
In rapida successione passano mamma e bimbo in bicicletta seguite da coppia in tuta grigia e signore baffuto e paffuto.
Quella che sarà la ventesima Lancia Y parcheggia proprio dietro la panchina dove sono seduto.
Un maggiolone azzurro sfreccia a una velocità tanto sostenuta da far voltare di scatto anche i due ragazzi accanto a me.
Ripassa il trattorino del circo e la voce che annuncia lo spettacolo si allontana a poco a poco.
Un uomo in pantaloncini fa un fulmineo dietro-front quando arriva all’altezza della mia panchina.
Un uomo col volto coperto da un fazzoletto si avvicina furtivo alla mia Panda parcheggiata a qualche metro da me.
L’uomo col fazzoletto apre lo sportello della mia Panda ed entra.
Armeggia sotto il volante per qualche secondo e mette in moto.
Chiude lo sportello e la mia Panda si allontana sgommando appena…

Riconosco con facilità le cose false, le cose che chiunque avrebbe notato e le cose che solo chi compila l’elenco potrebbe notare. Ci sono cose vere che appartengono solo a me e cose false che appartengono a tutti.

Secondo la spiritualità giapponese il mondo è percorso da forze e tensioni continue che si intrecciano e si sovrappongono. Quando in un punto o in un momento raggiungono un’intensità sufficientemente elevata, ecco che si manifesta un kami, cioè uno spirito, qualcosa che partecipa della divinità, la manifestazione di qualcosa di speciale. Può trattarsi di un albero particolarmente rigoglioso, di un pomeriggio insolitamente piacevole, di una casa orientata sapientemente verso sole. Il kami è straordinario, ma non per questo meno quotidiano e constante; la sua straordinarietà sta nella nostra capacità di riconoscerlo come tale. Come quando una miriade di rivoli minuscoli si concentrano in un punto e meravigliosamente sgorga una sorgente della quale possiamo servirci solo se siamo in grado di realizzarne la captazione.

Ogni regione dell’antico Egitto ha la sua divinità, il suo animale totemico e il suo tabù. Se dell’alto corso del Nilo, ad esempio, la divinità è Sobek, quindi l’animale totemico è il coccodrillo, allora sarà tabù consumare carne di coccodrillo. Il faraone, dio in terra e somma di tutte le divinità, è anche somma di tutti i tabù. Per essere tale, nella persona del faraone devono sovrapposi e riconoscersi tutte le divinità, tutti gli animali totemici e tutti i tabù. Chiunque deve potersi specchiare nel faraone e vedere se stesso.

Il mio racconto (il racconto di ognuno di noi) è allo stesso tempo la risposta a una domanda che io devo presumere sia stata fatta e la domanda che forse non riceverà mai una risposta. Il mio racconto è Fermignano come potrebbe essere. Oppure accade che un certo numero di racconti si scoprono tanto simili per quello che dicono e per come lo dicono che allora appare Fermignano per quello che è; per ogni domanda c’è una risposta e viceversa. Questo percorso richiede tempi lunghissimi, per cui se ormai è facile, chiaro e comprensibile trovarmi in Piazza, lo è meno trovarmi per le strade della zona industriale, perché passeggiare per quelle strade fa parte del racconto di poche persone. Il paese è una rappresentazione condivisa. Solo quando riconosco che esiste questa condivisione non mi sento più perso e finalmente so dove mi trovo.

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