Un labirinto mancato

di marcogenga

Nel mio villaggio c’è una scalinata monumentale che ha ai suoi piedi un piazzale e su questo piazzale è disegnata con grandi pietre bianche rettangolari una Rosa dei Venti. (Ai forestieri dico che no, a Fermignano il mare non c’è e non c’era neanche in tempi antichi; più probabilmente la presenza della figura si spiega col fatto che il progettista è di Ancona, dove invece il mare c’è; ne parliamo qui) Oltre all’assurdità di avere un simbolo marinaresco in un paese a 30 chilometri dal mare c’è un altro dato che rende la Rosa dei Venti una figura sbagliata, cioè l’essere una figura chiusa.

I bambini percorrono le linee di pietra che la disegnano come fossero dei sentieri strettissimi sui quali camminare coi piedi l’uno vicinissimo all’altro, in equilibrio attraverso un labirinto di passerelle sospese che si incrociano su abissi insondabili custodi di oscuri segreti. (Frodo e Gandalf e gli altri corrono per sfuggire agli orchi lungo gli stretti ponti altissimi e monumentali delle miniere di Moria; mettere un piede fuori dalla pietra chiara significa cadere dritti dritti tra le fauci del Balrog) Soltanto facendo attenzione a camminare seguendo le linee che disegnano la Rosa dei Venti si riuscirà a raggiungere l’uscita, la luce del giorno, la salvezza.
E qui sta la fregatura: la Rosa dei Venti è una figura chiusa, quindi non c’è modo di uscirne se si seguono le linee che la disegnano; a un certo punto per farlo bisogna mettere il piede dove non si dovrebbe, quindi spezzare la magia del percorso, interrompere il gioco. (Lasciata la Terra di Mezzo per tornare coi piedi su questa di Terra, a Fermignano, in provincia di Pesaro-Urbino, per la precisione)

Nel caso specifico del mio villaggio non è sbagliata solo la figura in sé – dopotutto una Rosa dei Venti è fatta così! – ma anche la collocazione di quella figura. La scalinata e il piazzale ai suoi piedi si trovano di fronte ai giardini pubblici coi giochi per bambini e alle scuole elementari. Prima del restauro – si è trattato piuttosto di sostituzione integrale della vecchia opera fatiscente con una nuova; ne parliamo nel pezzo già citato – il piazzale era coperto di piccole piastrelle marroni grandi come un piede che bastava un po’ di pioggia a rendere scivolossissime e sulle quali bambini e non improvvisavano evoluzioni sui pattini-senza-pattini e infinite partite al pallone – a seconda delle condizioni del terreno di gioco, potremmo dire.
Sia la vicinanza dei giardini coi giochi che questo modo tradizionale di abitare quello spazio vuoto dovevano essere tenuti in considerazione nella progettazione dello spazio nuovo. La componente spazio libero per giocare faceva parte della storia e dello spirito di quel luogo. Una Rosa dei Venti non c’entrava niente, non significa niente, non è servita a niente.
Però i bambini sono un passo avanti e, anche se non è più permesso loro giocare al pallone perché altrimenti i suoi rimpalli sui muri bianchi imbratterebbero la mirabile opera architettonica, trasformano la Rosa dei Venti in un labirinto. Purtroppo, per il fatto di essere una figura chiusa, è un labirinto fasullo e, probabilmente, chi ci gioca una volta non ci gioca una seconda perché sa già come va a finire.

Poteva finire diversamente, ci poteva essere il disegno di un labirinto vero, con un’entrata – appena sceso l’ultimo scalino zoppo della rampa centrale – percorsi tortuosi, svolte ingannevoli, vicoli ciechi e, infine, un’uscita – in mezzo ai due paletti di metallo brunito. Ci si poteva organizzare una festa speciale l’ultimo giorno di scuola, durante la quale raccontare le storie di altri labirinti (basterebbe seguire Borges nella casa di Asterione per ascoltare Perseo che rivela ad Arianna che il Minotauro non si è quasi difeso; immaginare un labirinto infinito come il deserto dove un re muore imprigionato da un altro re; perdersi nella storia di Abenjacan e del suo labirinto dove morì); imparare che un labirinto per essere tale deve concedere la possibilità di un’uscita, sennò è un’altra cosa, è un inganno, un tranello, una trappola; disegnare ognuno il proprio labirinto fatto di carta e matite colorate, breccia, scarpe e sandali dei compagni di scuola.

La Rosa dei Venti ormai è lì, di pietra e gigante come la scalinata sopra di lei, quindi è un disegno impossibile da correggere. Quando in poche settimane si costruisce con grande impiego di risorse qualcosa che è per tutti e che durerà per chissà quanti anni, meglio pensarci due volte, meglio sforzarsi di immaginare quello che ci accadeva prima e quello che potrebbe accaderci poi; che non si può costruire tutto dappertutto; che, anche se la gente poi se ne frega e decide da sola cosa fare di un luogo, chi ha la responsabilità di immaginare e costruire deve mettere meno ostacoli possibile alla volontà e alla capacità di abitare. E magari scegliere di immaginare soltanto senza costruire (Gandalf è piombato nelle profondità di Moria, ha sconfitto il Balrog ed è risalito, ma non sempre noi qui siamo così bravi o fortunati) per non rimanere prigionieri in un labirinto senza senso.

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