Valentina

di marcogenga

(Calvino, certo, e le sue Città Invisibili. L’ho letto e, presuntuosamente, invece di godermi e ricordarmi quelle, come un bambino mi sono detto: figo, lo voglio fare anch’io. Umilmente, ora, seguendo il consiglio di Pasolini, pubblico)

La città di Valentina è abitata soltanto da uomini. Nessuno nasce a Valentina, chiunque sia qui è arrivato da fuori proveniente da un’altra città. Arrivando la prima volta, il viaggiatore crede di essere capitato in una sorta di immenso parco giochi, perché ogni abitante ha costruito la propria casa secondo il ricordo della città di origine. Non c’è altra regola tra le case di Valentina: alle porte della città sorge una palafitta sopra un lago inesistente; accanto si cammina sopra un piccolo tumulo che un filo di fumo che si alza dalla sommità rivela essere una capanna sotterranea; poco oltre si scorge una torre incompiuta – il suo costruttore non è morto prima di riuscire a portarla a termine, semplicemente il ricordo che aveva della propria città era esso stesso incompiuto. Il viaggiatore dorme sotto le stelle, e non perché gli sia proibito costruire qualsivoglia dimora, sebbene provvisoria, ma perché anche a lui tocca di seguire l’unica regola – il ricordo della sua città d’origine non esiste più o è il ricordo della vuota vastità che separa una città dalla città successiva – e se chiede agli uomini di Valentina la ragione del loro arrivo, non ottiene alcuna risposta.

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