Similitudini di Carlo Magno

di marcogenga

– Io quella roba lì non la voglio mangiare!, strillò il Re con la sua vocetta.
– Si comporta come un bambino capriccioso di fronte al piatto di spinaci che la mamma insiste nel volergli propinare, bisbigliò scocciato un medico al collega.
– E a noi tocca il ruolo della mamma insistente, replicò quello.
– Guardalo, continuò il primo, come se ne sta lì in piedi con quel pollo arrosto nella mano sinistra; e con la destra protesa in avanti a difendersi dai suoi assalitori.
– Che saremmo noi, i suoi medici.
– Quasi vorrebbe piazzarselo sotto l’ascella, quel pollo arrosto, e correre scartando e abbattendo gli stopper della squadra avversaria, fintando e buttando occhiate a destra e a manca per cercare un compagno che possa ricevere il passaggio.
– Pensa di stare in quella pubblicità della carta stagnola, pensa.
– Eccolo che raggiunge la meta del suo trono e se ne sta appollaiato coi piedi là sopra a consumare quel pasto non proibito ma, diciamo, sconsigliato, e le occhiate le lancia ora affamate al suo pollo, ora cariche d’ostilità a noi, i suoi medici.
– E noi, i suoi medici, ci facciamo di nuovo avanti, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, come predatori all’inverso, anzi, come le iene dei documentari che minacciano di strappare al leone la sua preda cacciata con tanta fatica e tribolazioni.
– Guardalo come affonda i suoi regali e voraci denti nella carne bianca, ricurvo il corto collo sul ventre gonfio, e quasi spariscono i suoi baffoni biondi mentre azzanna pelle e polpa e ossa senza curarsi di ferirsi le fauci.
– Se qualche ossicino trafiggerà la sua mascella, strizzerà appena gli occhi per il dolore, senza gridare, e uno sputacchio rosso finirà sulle pietre del pavimento della sala dei banchetti.
– Ma insomma, Vostra Maestà, lo diciamo per il vostro bene!
– Io quella roba lì non la voglio mangiare, voglio mangiare questo!, strillò ancora il Re, alzando al cielo il pollo come un trofeo, altrimenti che razza di Re sarei? Dove s’è mai visto un Re che non può mangiare il suo pollo arrosto? E con il pollo un cervo, un cinghiale, un orso, magari. Non vi fa venire l’acquolina in bocca l’idea di un orso intero che rosola infilzato da uno spiedo? Anche un gatto mi mangerei, andrei io stesso ad acchiapparlo per farmelo arrosto; anche un tacchino, se già l’avessimo scoperto e importato da di là dall’Oceano.
– Ma, Vostra Maestà, un po’ di misura, almeno.
– Macchè misura?! Io voglio ingozzarmi di arrosti di bestie di tutte le razze, anzi, io devo ingozzarmi di arrosti di bestie di tutte le razze, sennò cosa direbbero i miei nemici e i miei amici che aspettano solo il momento propizio per farmi fuori?
– Cosa direbbero, Vostra Maestà?
– Lo so io, cosa direbbero.
– Eh, cosa direbbero?
– Direbbero: uh, guarda il Re cosa mangia, deve essere proprio stanco, forse è malato, di certo non è più forte come prima, non più adatto al comando, non più in grado di stare alla testa dell’esercito e tanto meno dell’Impero. E… ZAC!, mi taglierebbero la testa con la scusa del popolo e del Terzo Stato. Al diavolo, Terzo Stato, non è questo il Re che fregherai!
– Ma, Vostra Maestà, non è neanche finito il primo millennio dopo Cristo.
– Appunto, non siamo mica nel Trecento! Allora sì, se eravamo nel Trecento, potevo stare a sentire a voi altri. Potevo fare come quei reucci che verranno, tutti delicatini, che fanno imbandire le tavole dei loro banchetti con ogni sorta di bendiddio e poi loro si mangiano una zuppa.
– Di patate, Vostra Maestà?
– Stupido! E tu saresti uno scienziato? Tu al massimo potresti fare il servitore che scatta appena un qualunque Roberto d’Angiò alza il sopracciglio e scodella pietanze per otto ai parenti di lui, per sei ai principi e agli arcivescovi, per quattro ai vescovi e ai cavalieri e così via, fino agli avanzi per i servi e le donne. Gustati la tua zuppa, caro il mio Roberto d’Angiò, così abituerai i tuoi discendenti al pasto che servono ai carcerati in attesa di essere scortati alla ghigliottina per essere ammazzati dai bevitori di caffè!
– Ma, Vostra Maestà, voi non dovete mica mangiare la zuppa, basterebbe limitarsi a un bollito.
– Il bollito è roba da sfigati! E da femminucce, anche. Aspettare che piano piano la carne si disfi in quella brodaglia, che diventi di quel colore mezzo grigio… che schifo! I Re e i maschi strappano coi denti brandelli di carne cotta sul fuoco vivo. E sempre, da ora, o non mi chiamo più Carlo, sarà compito esclusivo degli uomini cuocere la carne durante il barbecue del fine settimana in giardino. Eginardo, segna.
– Subito, Vostra Rosolante Maestà.
– Non fare lo stronzo, Eginardo, o mi faccio arrosto anche a te. E adesso basta, mi avete proprio seccato, vado di là a nutrirmi d’altro.
– Vostra Maestà, ancora mangiare?
– Non sono affari vostri, mediccicci miei, ma sarete felici di sapere che si tratta di carne, sì, ma non arrosto.
– Finalmente, Vostra Maestà, un buon bollito!
– Te l’ho detto e te lo ripeto: stupido!
– Ecco che se ne va, e guarda come zoppica.
– Se l’è cercata, noi c’abbiamo provato.
– Ehi, beccate sto pollo!, strillò ancora il Re, e lanciò la carcassa quasi scarnificata a uno dei medici che l’afferrò.
– Presa, Vostra Maestà!
– Ma co’ fai, la tieni tutta per te? Passa, va!
– Oh, gioco anch’io, disse Eginardo.

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