uno stronzo qualunque

"Ci sono gli stronzi. Poi c'è lo stronzo qualunque" A. S. Shole

Categoria: Storie finte

Eccetto residenti

L’uomo torna sorridente dal negozio del fabbricante di cartelli portando sulla spalla destra un lungo palo di metallo con un’estremità larga e piatta coperta da un sacchetto di plastica. Arrivato all’imbocco del vialetto di casa si ferma e poggia il palo a terra. Con la punta delle dita rimuove alcuni sassolini rotolati nel buco già pronto nel cordolo di cemento e inserisce con un colpo secco il palo. Poi facendo leva sulla punta dei piedi porta il peso sul palo, per spingerlo più in fondo. Infine prova a muoverlo di qua e di là, per verificare che sia inserito bene. Toglie il sacchetto di plastica e guarda con soddisfazione quello che c’è sotto. Cioè un bel cartello rettangolare con il cerchio rosso barrato di bianco di divieto e una scritta inequivocabile: proprietà privata – vietato l’accesso.

L’uomo e la sua famiglia si sono trasferiti da pochi giorni nella palazzina di recentissima costruzione che si raggiunge appunto attraverso il vialetto il cui accesso è ora vietato dal cartello nuovo fiammante. La zona è tranquilla e sicura, tra le più tranquille e sicure della città, ma la prudenza non è mai troppa – questo ha ripetuto l’uomo a sua moglie e ai suoi vicini di casa, quando hanno discusso sull’opportunità di piazzare un cartello di divieto. Moglie e vicini hanno infine accettato, dopo tanto insistere da parte di lui. Dopotutto un cartello non può certo nuocere ad alcunché, si sono detti.

L’uomo passa il pollice sul cartello, convinto di aver visto una macchiolina sulla sua superficie metallica lucente, poi raccoglie il sacchetto di plastica che lo nascondeva durante il trasporto e, ancora sul volto l’espressione soddisfatta per il lavoro concluso, fa per imboccare il vialetto. Di colpo si ferma. L’espressione soddisfatta sul suo volto muta prima in una smorfia di disappunto per poi trasformarsi in maschera di puro terrore non appena i suoi occhi si girano di nuovo verso il cartello e di nuovo leggono quello che c’è scritto.

Ma l’uomo è persona risoluta. Si riprende subito dallo spavento e si lancia di corsa verso il negozio del fabbricante di cartelli. Ahilui, l’ora è tarda e la saracinesca è ormai abbassata. Il cartello con gli orari del negozio non lascia spazio a malintesi: l’orario di chiusura è abbondantemente superato. A testa bassa, l’uomo torna verso casa. Arrivato a pochi metri dal vialetto, l’uomo scorge uno dei vicini che si guarda intorno smarrito e spaventato. Lo chiama per nome per cercare di attirare la sua attenzione e così calmarlo e rassicurarlo, riuscendoci con non poche difficoltà. Poco dopo ecco che arriva un altro vicino, che per motivi di lavoro rincasa abitualmente più tardi degli altri. Non appena vede il cartello e capisce in che guaio si trovi, si scaglia verso l’uomo sbraitando e facendo vorticare la sua ventiquattr’ore. Solo l’intervento dell’altro vicino evita una grossa scazzottata.

Una volta che gli animi si sono acquietati, è possibile fare un’analisi calma e razionale della situazione. Risulta così che fortunatamente quasi tutti i residenti nella palazzina si trovano all’interno dei loro appartamenti. Restano fuori solo i tre uomini e il figlio maggiore di uno di loro, fuori città per motivi di studio. Il quarto inquilino della palazzina è a casa sua, con la sua famiglia, poiché momentaneamente disoccupato.

I tre uomini bloccati fuori dal vialetto riflettono sul da farsi. Qualcuno propone di rimuovere il cartello e pensarci due volte prima di ricollocarlo, ma trova l’opposizione dell’uomo che tanto si è battuto per averlo. Qualcun altro propone di lasciare al suo posto il cartello e di violare il divieto per poter rientrare in casa e pensare con più serenità a una soluzione. Anche questa proposta viene bocciata, perché sarebbe un’azione indubbiamente diseducativa per i loro bambini. Ed entrambe le proposte lascerebbero via libera a qualsiasi malintenzionato volesse percorrere il vialetto. Così entrambe sono bocciate, i tre uomini restano in silenzio, vedono la luce del sole abbassarsi e quella dei lampioni accedersi e accettano l’idea di passare la notte fuori di casa.

Ai balconi le mogli stringono al petto i figli più piccoli, lanciano baci ai mariti trattenendo a stento le lacrime. I figli più grandi portano ai padri una coperta, una mela, un termos di caffè caldo stando ben attenti a non oltrepassare la soglia che separa il vialetto dal marciapiede. La notte scende, le famiglie rientrano nei loro appartamenti, e le luci dietro le tende restano accese a lungo, poiché il sonno tarda ad arrivare col pensiero tremendo dei tre uomini là fuori davanti a quel cartello inesorabilmente piantato sulla strada del loro destino. Soltanto nella casa del disoccupato non ci sono luci accese, né qualcuno di quella famiglia, l’unica al completo, è uscito per informarsi delle condizioni dei tre. Gli uomini accampati sull’asfalto, sfiniti dalla tragica e inaspettata sfortuna, non tardano ad addormentarsi raggomitolati come meglio possono nelle coperte a righe e rombi colorati.

La notte passa veloce. Le prime luci dell’alba svegliano l’uomo che ha piantato il palo col cartello di divieto. Poco dopo anche i suoi compagni di sventura aprono gli occhi. Bevono gli ultimi sorsi del caffè rimasto nei termos, ormai poco più che tiepido, e si riavviano alla meno peggio i capelli. Decisi a risolvere la situazione, si mettono in marcia con piglio combattivo verso il negozio del fabbricante di cartelli. Scorgono da lontano la saracinesca ancora abbassata. Certamente non è ancora l’orario di apertura, pensano sereni e sicuri. Invece una tremenda sorpresa li attende una volta arrivati sotto l’insegna del negozio. Una targa blu reca una scritta bianca e inequivocabile: oggi è il giorno di chiusura infrasettimanale. Lo sconforto s’impossessa dei tre uomini. Uno cede anche alle lacrime e i nervi saltano al punto che gli altri due devono bloccarlo prima che si scagli a picchiare pugni contro la muta saracinesca abbassata. Sconsolati, s’incamminano verso casa.

Si vede appena l’imbocco del vialetto proibito quando uno dei tre lancia un grido e indica avanti. Gli altri due guardano nella direzione indicata dal compagno e anche loro urlano. All’unisono si mettono a correre. Per bloccarsi però proprio sotto il cartello di divieto, impotenti. Di fronte a loro una scena che normalmente avrebbe suscitato teneri sorrisi e felicità, ma che nella situazione grottesca in cui si trovano scatena invece paura e smarrimento. Il figlio più piccolo di uno dei tre, evidentemente perso di vista per un attimo dalla madre assopitasi dopo la notte passata in bianco, cammina barcollando lungo il vialetto verso il marciapiede e la strada. Gli uomini agitano le braccia e urlano di fermarsi, ma quei gesti e quelle grida invece di fermare il bambino sortiscono l’effetto contrario di incitarlo ad accelerare il passo e tendere ancora più in avanti le braccine. È ormai a pochi metri dal confine, gli uomini hanno le mani tra i capelli, disperati, rassegnati. Ma ecco che una sagoma compare di spalle ai tre e di fronte al bambino, lo prende tra le braccia e lo deposita delicatamente davanti al portone dell’appartamento, dal quale esce la madre, svegliata dalle grida degli uomini e subito resasi conto di quello che è successo, che abbraccia il bambino e, in lacrime per il pericolo corso, lo porta al sicuro in casa.

I tre sospirano e si abbracciano. Non si sono nemmeno resi conto che a salvare il piccolo è stato uno dei figli del disoccupato, uscito di casa probabilmente senza il permesso del padre. Ma è comprensibile nello stato nervoso in cui si trovano. Non è più possibile sopportare quello stato di cose, si rendono conto di questo. Non è possibile che le loro famiglie possano correre certi rischi, tantomeno i bambini. Così dopo una consultazione fatta solo di sguardi veloci e risoluti, prendono a camminare di gran lena. Poco dopo sono di fronte al negozio del fabbricante di cartelli. Ignorano quanto dice la targa sul muro e cominciano a picchiare a mani larghe sulla saracinesca abbassata e a gridare a gran voce per chiamare il fabbricante di cartelli. Questi, udendo quel gran schiamazzo, si affaccia alla finestra della sua abitazione, che si trova sopra il suo negozio. I tre urlando spiegano la situazione. Il negoziante ascolta paziente, poi rientra in casa. Poco minuti dopo la saracinesca si alza e dal negozio esce il fabbricante di cartelli con un oggetto piatto in mano, nascosto da una busta. Lo porge sorridente ai tre uomini, che lo prendono in mano e lo scoprono. Una luce sembra illuminare i loro volti, quando vedono cosa contiene la busta. Come forsennati corrono verso casa.

I famigliari sentono le grida da strade di distanza ed escono sul vialetto per capire il motivo di tanto giubilo da parte dei loro padri e mariti. I tre arrivano all’imbocco del vialetto, si disfano della busta e con un vecchio fil di ferro trovato lì per terra fissano un secondo cartello sotto quello di divieto. I familiari non capiscono. Si spaventano quando uno dei tre uomini allunga le mani per prendere il figlioletto dalle braccia della moglie, che quasi si ritrae. L’uomo per farlo ha messo un piede sul vialetto, e adesso anche il bimbo è là fuori, sul marciapiede, coi tre uomini. Non c’è più pericolo, dicono i grandi sorrisi dei tre uomini. Uno per uno, i familiari escono dal vialetto sul marciapiede. Prima i ragazzi, più temerari, poi le donne coi bambini in braccio. Tutti ora vedono il secondo cartello, tutti ora capiscono e gioiscono.

Tra i baci e gli abbracci e le pacche sulle spalle per il lieto finale, i progetti di cene di festeggiamento e commemorazione, negli anni che verranno, dello scampato pericolo, ecco che la folla è attirata dalle grida di un giovane che si avvicina al gruppo festoso. Si tratta del figlio andato fuori città per motivi di studio. Lo accolgono con manifestazioni di felicità e affetto un po’ esagerate, anche per un figlio che rincasa dopo qualche tempo. Allora gli raccontano cos’è successo, parlandosi addosso per la concitazione del racconto. Poi il piccolo gruppo si apre per mostrare i due cartelli al giovane appena arrivato. Leggendoli, il giovane sbianca in volto, gli occhi si fanno lucidi. Poi abbassa il capo, prendendo il portafogli e tirando fuori per mostrarla a tutti la sua nuova carta d’identità.

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Valentina

Il bambino col pallone

Appena si vota, io voto Casini

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Virginia

Elena

(Calvino, certo, e le sue Città Invisibili. L’ho letto e, presuntuosamente, invece di godermi e ricordarmi quelle, come un bambino mi sono detto: figo, lo voglio fare anch’io. Umilmente, ora, seguendo il consiglio di Pasolini, pubblico)

Difficile per il viaggiatore raccontare cosa ha visto ed è successo quando si trovava ad Elena, perché Elena è una città che si dimentica presto. Il viaggiatore si siede al tramonto, aspira il fumo della pipa dove l’acqua gorgoglia, per poi farlo uscire dal naso in grandi sbuffi dolciastri. E cerca di ricordare.

Forse c’erano e ci sono una piazza affollata, un palazzo del governo, un tempio, un porto, una grande fabbrica, un negozio di generi alimentari, case con la veranda che si allunga sulla pubblica via, una boutique.
Forse c’erano e ci sono un venditore di caldarroste, un usciere in livrea, un cane affamato, un bigliettaio nervoso, un contabile occhialuto, un bimbo con le ginocchia sbucciate che piange, un prete giovane, una prostituta.
Forse c’erano e ci sono strade e marciapiedi e piazze dove passano e si incontrano filobus, carriole, biciclette, automobili, camion, cavalli, uomini e donne a piedi e di fretta; e più in là vicoli ed angoli in penombra, e tende appena mosse dal vento che nascondono e insieme suggeriscono la vita degli uomini e delle case.

Forse c’era e c’è tutto questo, o forse è solo quello che si presume ci sia stato e ci sia perché lo si è trovato in altre città, o si crede che una città debba contenere tutte queste cose per essere chiamata così.
Passa il tempo, e il viaggiatore comincia a pensare che forse Elena non esiste, e lui non l’ha mai visitata; oppure tutte le città sono Elena, e lui è ancora lì, non l’ha mai lasciata. Non può dirlo con certezza: Elena è una città che si dimentica presto.

Patrizia

(Calvino, certo, e le sue Città Invisibili. L’ho letto e, presuntuosamente, invece di godermi e ricordarmi quelle, come un bambino mi sono detto: figo, lo voglio fare anch’io. Umilmente, ora, seguendo il consiglio di Pasolini, pubblico)

A Patrizia si tramanda un singolare culto dei morti, che mai ho ritrovato in altre città. Quando qualcuno muore, i parenti del defunto erigono una statua nel punto esatto in cui il loro caro è spirato e che per nessun motivo può essere spostata. A chi non ha parenti né amici pensa una delle numerose confraternite. Sempre di più, nel tempo, le case e le strade di Patrizia si riempiono di statue. Così, uno dopo l’altro, gli abitanti devono trasferirsi. Ieri si è trasferito l’orfano di un calzolaio, oggi è toccato ai due figli di un’anziana coppia, domani saranno i genitori a doversene andare, lasciando una piccola casa ingombra di piccole statue, dopo un inverno troppo freddo.

Gli ospedali sono i primi edifici a dover essere abbandonati, seguiti dalle carceri e dai palazzi più antichi. Capita che qualche edificio, abitato ormai solo dalle staute dei defunti, crolli per mancanza di cura. Quelle statue si riversano sulla strada come un’onda e quella strada deve cambiare percorso, portando con sé i negozi e le vetrine che su di essa si affacciavano.

La città assomiglia a una lentissima valanga, che si muove insieme agli abitanti costretti a spostarsi per fare posto ai defunti, con le urne che contengono le ceneri dei loro cari che non ci sono più. Così in movimento come sono, non possono essere loro la città. Chi cerca Patrizia deve chiedere di una città fatta di statue, e aspettarsi di trovare un’ininterrotta necropoli.

Fosca

(Calvino, certo, e le sue Città Invisibili. L’ho letto e, presuntuosamente, invece di godermi e ricordarmi quelle, come un bambino mi sono detto: figo, lo voglio fare anch’io. Umilmente, ora, seguendo il consiglio di Pasolini, pubblico)

A modo suo, Fosca è una città doppia. Ogni viale, ogni via, ogni vicolo, ogni piazza, ogni largo, ogni corso, ogni salita, ogni scaletta ha due nomi. Uno è quello ufficiale, che hanno scelto le autorità della città, che compare sulle targhe, sui cartelli, sulle mappe, sugli elenchi telefonici, sulle buste delle bollette e della pubblicità, sui documenti d’identità; l’altro è quello che ti svelano i passanti ai quali chiedi informazioni, che compare sui biglietti scambiati dagli innamorati, sui volantini delle feste popolari, nelle insegne dei locali storici, nei consigli dei tassisti al forestiero. Nell’una Fosca sfilano le parate della banda cittadina, si tengono i comizi dei politici, vengono impiccati gli assassini; nell’altra Fosca gli innamorati si baciano, i ragazzini giocano a pallone, riposano gli anziani, sostano i turisti bene informati, passeggiano uomini e donne sognanti scrivendo poesie.

Quale delle due città sia quella vera, il forestiero che vi passa poco tempo non può dirlo. Forse neanche gli abitanti possono dirlo, divisi anche loro come le vie e le piazze della loro città, doppi anche loro come i nomi della città che abitano. Ma la domanda che martella in testa il forestiero, quando ha ormai da giorni ripreso a viaggiare e la mente cerca di leggere i segnali che manda la strada, non è quale sia la vera Fosca, ma se i suoi abitanti, così doppi, così divisi, siano più ricchi o più poveri, più felici o più tristi.

Caterina

(Calvino, certo, e le sue Città Invisibili. L’ho letto e, presuntuosamente, invece di godermi e ricordarmi quelle, come un bambino mi sono detto: figo, lo voglio fare anch’io. Umilmente, ora, seguendo il consiglio di Pasolini, pubblico)

Caterina è una città che vive aspettando di crollare. Sorge su di un’isola e le acque calme di un fiume che si chiama come lei la circondano. Le acque di questo fiume sono tanto calme quanto inesorabili e, poco per volta, consumano le sponde dell’isola che regge la città. In un movimento che dura secoli, acqua e terra si mischiano e, così mischiate, si scambiano di posto.

Raccontano gli abitanti di Caterina la storia di due innamorati. Come l’acqua e la terra, nel tempo, i difetti e le virtù dei due si mischiarono tanto che il carattere dell’uno non poteva dirsi in nulla diverso dal carattere dell’altra. Accadde però che i difetti si dimostrarono più forti delle virtù, così i due innamorati, che da soli erano ognuno una persona insieme normalmente buona e normalmente cattiva, si ritrovarono a essere uguali e peggiori.

Gli abitanti di Caterina non dicono come finisce la storia, perché sanno che è la storia della loro città, e ne sono spaventati. Arriverà un giorno in cui così tanta acqua sarà mischiata alla terra e così tanta terra mischiata all’acqua, che acqua e terra non potranno essere più distinte e inghiottiranno Caterina. Così la città è abitata da persone che non si innamorano mai, e tengono gli occhi fissi sulla terra fragile sotto i loro piedi e aspettano il crollo.